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- -wrote:
beh ma...bellissimo...finalmente un ottimo esemplare di blog pulito, ordinato e ke non ha bisogno di milioni di pesantissime gif x essere notato...un pò come il mio stile internettoso & di vita! ^^
wè se vuoi sentiti pure libero di ricambiare la mia visita e se vuoi contattarmi il mio msn è pubblicissimo, sembri una persona intelligente, sarebbe un piacere instaurare un rapporto.
ciao!
Sept. 17
Picture of Anonymous
PIEU wrote:
 
Get VipClubbyPieu chat group | Goto VipClubbyPieu website
Aug. 28
ester esterwrote:

        A se stesso

         

 
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l'infinita vanità del tutto.

 

Romantico,spregiudicato,essenziale,estremo......t'assomiglia molto!!! Che la persuasione della bruttezza della vita, della malvagità della natura, della stoltezza degli uomini e della loro infelicità ineliminabile ke ti rende così cosciente della tua grandezza e della tua verità, ti dia anche l'umiltà di riconoscere chi ti ha amato sul serio e che ciò non è stato un inganno! Trova la tua strada..!termino ttt csì cm'è l'ho iniziato.............

July 29
ester esterwrote:
ECCOMI ADX C SN ANK'IO T LASCIO UN SEGNO DEL MIO PASSAGGIO!!!Stella
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Mar. 30
CIAO COME TI VA..??? A ME BENE GIROVAGAVO X BLOG E TI SONO PASSATA A SALUTARE...CIAUZ ALLA PROX Animoticon
Mar. 29
ciao spero ke diventerai una dei nostri ti lascio la chat dove puoi comunicare con persone simpaticissime ciao un bacio da taty
 
Get your own Chat Box! Go Large!
Mar. 28
Fedewrote:

e' bellissimo il tuo blog....se ti va passa da me....o se ti affascinano i vampiri guarda kuesto link, un bacio

http://s5.bitefight.it/c.php?uid=69648

Mar. 27
Mar. 9
Hola! Voy a tener que aprender italiano, ahora que te tengo como amigo, Un besazo! Ya estás agregado
Mar. 6
silviawrote:
i tuoi blog sono sempre interessanti...ancora non ho risolto il tuo indovinello, un bacio...
Nov. 14

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R.Matteo D'Angelo

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Sono eternamente fidanzatoooooooo!!
Adoro la libertà dagli altri cavandomela da solo; odio i luoghi comuni, l'ipocrisia, i pregiuduzi, i parassiti e gli animali del gregge
Quest'elenco è stato formato in base ai libri che ho letto ultimamente, e non aggiornandolo continuamente ci metto solo i libri che mi ricordo di più
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...Al Crepuscolo Degli Idoli

Non a caso il mio primo nome è Rocco!!
November 03

Flusso di coscienza

Mai più. Mai più. Nevermore.
Il freddo taglia la faccia. Meglio abbottonarsi la giacca. Eppure sto meglio quando lo sento il freddo. Ma che importa della giacca. Questa felpa mi tiene caldo, questa è la felpa di un requiem. Tiene caldo. Il caldo l'ho sempre disprezzato. Non ci si può difendere contro il caldo, mai. Stasera è vuoto il pub. Qualche vecchietto ubriacone mi fa sentire a mio agio. Sembra siano tutti quì per il mio stesso motivo. Già. Contro nessun tipo di caldo ci si può difendere.
 
"E' tua la birra?"
"Sì, grazie"
 
Eraclito.
Il divenire. Il divenire se si autopredica non è più tale, quindi perde il contatto con sè stesso. Logicamente parlando, se il divenire è autopredicato, cioè se il divenire diviene, si allontana da sè stesso con il movimento che lo caratterizza appunto, così diviene altro da sè nel suo stesso movimento, si annulla... o, forse, diventa ciò che realmente è. Quindi cosa? Stabilità? Calma? Tranquillità? Per poi tornare ad essere divenire e così via in un circolo infinito? La calma, la tranquillità... "Mentre tutto sembra stabile, tutto diviene". E' sempre stato così? Anche in quei casi?
 
"Posso togliere il bicchiere?"
"Sì, grazie. Senti, mi faresti un Long Island?... Anzi... Due và!"
"Ok.."
 
Democrito.
Ogni atomo si aggrega ad un altro in modo praticamente casuale. L'assemblamento, le coincidenze, ogni cosa è casuale. Non esiste alcun klinamen, no, Lucrezio si illudeva. Ogni cosa è caos. Se ogni cosa è caos, anche il caos stesso lo è. Quindi diventa incomprensibile per l'uomo. E seppur fosse comprensibile diventa irripetibile: come può esser ripetuta sottoforma razionale -in questo caso il linguaggio- una cosa che è caos? La teoria del caos. Sì, ma perchè? Perchè è stata tutta una casualità? Non era predestinato niente, è successo così, per caso...
 
"Senti, mi fai anche una vodka alla fragola con red bull?"
"Mmm... Ok..."
 
Guardo il bicchiere. Davanti quanti di questi è stato Poe prima che lo portassero alla morte? E Baudelaire? E quanti altri ancora? Freud andava a forza di cocaina. La cocaina. Dallo scorso anno sulla Sapienza se ne rilevano tracce ingenti. Per questo non dormo? Per effetto della cocaina presente nell'aria? Chissà, forse è ancora una parte dell'MKULTRA, forse non è ancora finito. Invece Charles Manson solo tv, non faceva altro da mattina a sera, lui solo la tv aveva come droga: forse è la più letale, la cocaina almeno ha cacciato un Freud!! Il gioco d'azzardo un Dostoevskij! Dostevskij... Le Notti Bianche...
 
"Nicò, senti, appena puoi mi fai un assenzio?"
"Va bene."
 
Perchè? Perchè ancora? "Il nichilismo è quando ci si chiede "perchè?" e non segua alcuna risposta", vero Federico? O Guglielmo, ma come lei preferisce, mister Nietzsche. Vorrei averlo potuto conoscere, essere al posto di Paul, quel testa di cazzo che gli ha soffiato Lou. Anche tu sei stato un viandante con la propria ombra, vero? La mia ombra. Solo adesso mi accorgo quanto rifletta di me. Imperscrutabile, adimensionale, priva di margini o confini. Indecifrabile. Esiste solo grazie alla luce. Seneca, non ricordo di chi, disse che ha dato nuova luce alla tenebra. Già da allora sapevano di una grande correlazione lux-tenebrae.
L'odore di alchol di questo quà vicino è impressionante. Mi fà sentire a mio agio. Parla e straparla, ma che importa. La gente attorno a lui ride. Chissà cosa diamine avrà da ridere. Non ho mai capito di chi rida di gente che sta fuori, o di beoni del posto e simili. Mah, a ognuno il suo umorismo. Come diceva Lorca, ridere è il linguaggio dell'anima. Non immaginavo quanta gente avesse un'anima nera. Certe oscurità nemmeno la più buia profondità dei fondali può penetrarla. "Gli abissi ai profondi", vero? Macchè abissi, sono vere e proprie maledizioni. Un giorno mi sveglierò da quest'incubo. Cristo quando arriverà quel giorno?
Fabio, aiutami. Anche io ho bisogno di un amico. Anche io ho bisogno di stare con un amico, di svegliarmi affianco a qualcuno a cui possa rivolgere un pensiero anche cretino, ma ne ho bisogno.
Dammi una mano. Mi sà tanto che è come nei vigili del fuoco giusto? Un addestramento, un grande, difficilissimo addestramento. Solo che quì non ci si diverte. La vita è una guerra nella quale ognuno è il mercenario di Dio -o chi per lui-: si combatte al prezzo della proria vita. E ci si addestra anche a riposo.
 
"Un'altra birra, perfavore..."
"Arriva"
E fanno 30 euro di alcool.
Avevo smesso di bere.
Sì, infatti. Avevo. Ed ora? Ancora quel divenire? Ed ora cosa sto divenendo? Un mostro? Un idiota? Mi sto fottendo ancora neuroni? O forse, molto semplicemente, sto diventando me stesso, sto diventando davvero solo. Chissà se è mai stata diversa la cosa. Oppure è stato tutta una magnifica illusione, come guardare fuori dalla finestra la sera in cerca di una luce lontana che mi porti via anche per qualche secondo, che mi permetta di sperare, di sognare. Fanculo! Ancora così stanno le cose??
Cazzo la testa mi gira come una trottola in una centrifuga.
Sono passati 12 anni, la metà dei tuoi caro Matteo, da quando potevi fare un simile ragionamento. Se non è mai andato in porto vuol dire che c'è qualcosa di sbagliato. Forse ha ragione quel mio amico, A., quando dice che a pagamento non è così male. NO! Io voglio ancora speraci!! Ma ne vale la pena? Io.. io non lo so. Forse non è così differente in fin dei conti. Però non me l'aspettavo così. Ma perchè? Ancora una domanda senza risposta. Farò la fine di questo quì a fianco a me? Farò la fine di uno che sta dietro al bancone e serve alcool? Una cosa è certa: io rimarrò solo.
 
Certe persone non possono misurare le cose se non attraverso le verità date dagli altri: allegria nei giorni di sole, malinconia nei giorni di pioggia... Se così viene insegnato, di questo ci si convince, ma anche nei giorni di pioggia potrebbero esserci cose piacevoli, anzi forse nei giorni di sole tutto diventa accecante. La verità che è dentro una persona è tanto fragile da cambiare totalmente quando se ne riceve un'altra. E questo perchè? Per piacere al proprio prossimo. Il crimine peggiore.
 
Salirò la china. Andrò per la mia strada, la percorrerò fino in fondo. Non guarderò più in faccia a nessuno. Ognuno ha il suo destino. Ognuno è il proprio destino. Il mio sono io, ed io sono solo. Il mio destino è stare solo. Ora lo so. Io rimarrò il nessuno di sempre, non sarò mai tutto per qualcuno. Nei secoli dei secoli.
Come mi chiamano spesso... L'animale, giusto? Io sono l'animale. E sia.
 
Più volte ho sentito sostenere una cosa: fintantochè si crede ai sogni, questi esistano e si avverino.Anche se non la vedo così semplice, non importa. I want to believe, voglio crederci, questo diceva uno dei miei miti. Che anche lui si illudesse? No, a lui non succedeva. Non sbagliava mai. "Il mio numero è uno, il più solo di tutti i numeri." eri al bancone come me quando lo hai detto. Solo che tu, poi, sei corso da lei ubriaco. Io da chi corro adesso?
 
"Ciao, buona serata"
"Ciao, buona notte"
 
Il vento mi taglia ancora la faccia, stavolta è ancora più freddo. Si dice che quando si crede a qualcosa, e se ne diventa ossessionati, la si vede ovunque. Anche dove non c'è mai stata. Grazie per avermi aperto gli occhi, non farò mai più questo sbaglio. Ma continuerò a crederci.
September 24

Domanda indomandabile

Secondo voi è possibile amare un razzista? O meglio, un razzista può essere amato anche per questa sua particolarità?
(Per razzista intendo una persona che semplicemente ha una preferenza razziale, che non sia intollerante o attivista).
 
Pongo questa domanda dopo innumerevli discussioni: etichettare le preferenze di una persona suona razzista, se X preferisce un ragazzo piuttosto che un'altra non è mica razzismo, è una preferenza, e così come tutta l'estetica è soggeta a preferenze secondo me le razze ne sono per forza di cose soggette.
Sentitevi liberi di esprimere la vostra preferenza come meglio credete, nessuno ha il diritto di giudicare i gusti di nessuno, tantomeno il pensiero qualunque esso sia.
 
Rispondete secondo una vostra personale opinione o secondo le vostre personali esperienze.
 
August 28

L'uomo della folla

Il seguente racconto, messo nel mio blog come un preziosissimo diamante, è tra i miei preferiti: personalmente lo adopero come metro di valutazione delle persone attorno in modo efficace; e, per gli amanti della solitudine, di sè stessi, della propria personalità e della propria volontà, per i signori delle proprie virtù e per le persone che non ci girano attorno ma vanno al cuore delle questioni risolvendole, si dischiude il segreto per la comprensione di persone incomprensibili e di cui spesso e volentieri si è vittime a causa della loro mancanza di sensatezza, mancanza di concretezza -o, molto semplicemente, mancanza di sè e delle proprie volontà...

 

L'uomo della folla

                                                                                                    Ce grand malheur de ne pouvoir être seul! (La Bruyère)

 

È stato detto, molto opportunamente, d'un libro tedesco: «Es läßt sich nicht lesen», e cioè che esso non si lascia leggere. Vi sono, difatto, dei segreti che non consentono a rivelarsi. Taluni uomini muoiono, a notte, nel loro letto, torcendo le mani agli spettri cui si confessano e riguardandoli pietosamente coi loro occhi smarriti... e v'è chi muore disperato con la gola strozzata dalle convulsioni per l'orrore dei misteri che non vogliono svelarsi. Troppo spesso, ahimè, l'umana coscienza porta seco un tale fardello d'orrore che non riesce a sbarazzarsene se non nella tomba. E in tal modo, l'essenza di tutti i delitti rimane impenetrabile. Non molto addietro, in sul finire d'una sera d'autunno, me ne stavo seduto davanti alla grande vetrata del caffè D., a Londra. Ero stato ammalato per lunghi mesi e, allora, appena convalescente, mentre man mano mi tornavano le forze, ero in una di quelle beate disposizioni dell'animo che hanno le caratteristiche opposte a quelle della noia, quando cioè gli appetiti morali sono ben tesi, e il velo che annebbia la mente è squarciato - acluς oς prin epŋen  - nel mentre che l'intelletto, come elettrizzato, supera di molto le sue giornaliere capacità, al modo medesimo che il nitido razionalismo di Leibniz vince sulla stolida e melliflua oratoria di Gorgia. Lo stesso respiro m'era un godimento senza pari. E persino le innumeri origini dei miei malanni, in quel momento, non mi davano che gioia. Provavo un sereno e pur profondo interesse in qualsiasi oggetto.

Con un sigaro in bocca e una gazzetta sulle ginocchia, mi ero divertito ora a leggere gli avvisi economici, ora ad esaminare la promiscua clientela del caffè, ora a guardare al di là dei vetri appannati dal fumo della strada. Quest'ultima era una delle principali arterie della città ed era stata affollata l'intero dì. La calca s'era ispessita all'imbrunire, ogni istante di più, sino a che, all'accendersi dei becchi, cominciò a fluire in due opposte direzioni dense e continue. Non mi ero mai trovato, in quel particolare momento della sera, nella disposizione d'animo in cui mi trovavo allora, e il mareggiare in tumulto di quella folla di teste umane mi empiva d'una deliziosa e fresca emozione. Per modo ch'io cessai affatto di prendere un qualsiasi interesse a ciò che accadeva nel caffè e mi concentrai, per contro, su quel che vedevo accadere di fuori. Le mie osservazioni furono, da principio, astratte e generiche. Cominciai col considerare i passanti sotto il loro aspetto di massa e avendo la mente solo ai loro rapporti collettivi.

Ma venni dipoi, e gradualmente, ai particolari e m'applicai in un minuto esame allo scopo di vagliare la diversità dei tipi dai loro vestiti, dall'aspetto, dall'andatura, dai volti e dall'espressione, infine, delle loro fisionomie. Eran, la maggior parte, uomini dall'aria soddisfatta e pacifica di chi fa professione d'affari e sembravano occupati a null'altro che ad aprirsi un varco tra la ressa. Colle sopracciglia aggrottate, movevano qua e là gli occhi, vivacemente, e se accadeva che qualcuno li urtasse, senza tuttavia impazientirsi, si raggiustavano i panni e tiravano innanzi. Altri, anch'essi in gran numero, avanzavano inquieti, col volto paonazzo e, in mezzo a ogni sorta di gesticolazioni, parlavan tra sé come se fosse proprio quella infinita moltitudine a farli sentir soli con loro stessi. E qualora accadeva loro di doversi fermare per un qualche inciampo, smettevano all'istante di borbottare ma raddoppiavano, per contro, i loro gesti e, con sulla faccia un distratto riso ed esorbitante, al certo, la loro effettiva allegria, attendevan che gli altri, sul cammino dei quali s'erano inseriti, continuassero la loro strada. Se poi accadeva che venissero urtati, si profondevano subito in iscuse ed inchini, dando atto della più profonda costernazione.

Coteste due numerosissime categorie di persone, oltre ciò che ho detto, non presentavano nient'altro di notevole. I loro abiti appartenevano a quel genere di indumenti che sono oltremodo ben definiti dall'aggettivo decente. Dubbi sulla loro condizione non ce ne potevano essere. Nobili erano, o mercanti, o magistrati, o provveditori, o agenti di borsa - cupatridi e plebe - sia che vivessero di rendita, sia che trafficassero sulla propria o sull'altrui responsabilità. Essi non attrassero troppo la mia attenzione. Passai, così, alla massa degli impiegati che potevano, ancor essi, essere distinti in due categorie. Quelli che appartenevano alle piccole ditte, innanzi tutto, i quali eran giovanotti dagli abiti attillati, dai capelli grassi di pomata, dagli stivali ben lustri e dal labbro insolente, e ancora avevano andatura baldanzosa, che io non saprei definire meglio che con la parola impiegatizia, e mi sembrò che si comportassero secondo quella che, soltanto un anno o un anno e mezzo innanzi, era stata la perfezione del bon ton. Essi sfoggiavano le loro dimesse grazie borghesi e tanto è sufficiente a definirli. L'altra categoria era invece formata dagli impiegati superiori appartenenti a imprese più solide, gli steady old fellows, insomma, e anche sul loro conto non c'era da prendere abbagli. Costoro si davano a conoscere di primo acchito, per i loro ampi abiti scuri, per le cravatte e i gilé bianchi, le scarpe comode e forti, le calze grosse e infine per le uose. Eran quasi tutti calvi, e le loro orecchie destre, avvezze da tempo, ormai, a reggere la penna, sporgevano in fuori con la punta ripiegata in modo curioso e ridicolo. Osservai che essi si levavano e si rimettevano il cappello con tutt'e due le mani, e che portavan tutti degli orologi con certe catene tozze e massicce e di foggia sorpassata. Essi ostentavano tutti d'esser persone rispettabili, posto che esista un tipo tanto onorevole di ostentazione.

Vidi ancora numerosi individui di apparenza brillante e subito compresi che non potevano essere se non i tagliaborse, i quali infestano immancabilmente le grandi città. Io li osservai a lungo e con curiosità, e mi domandai che cosa poteva farli scambiare per dei gentiluomini, appunto, dai veri gentiluomini. I loro voluminosi polsini, e l'aria di eccessiva franchezza che si prestavano, li davano a conoscere, anche costoro, alla prima occhiata. I giocatori di professione erano quelli che s'avvistavano con sicurezza anche maggiore ed infatti ne ebbi a notare diversi. Vestivano nei modi più bizzarri e differenti, da quello del maquerau patentato, col gilé di velluto, la cravatta a colori fantasia, la catena di rame dorato e i bottoni di filigrana, all'altro, scrupolosamente disadorno, dell'uomo di chiesa che consente di non destare alcun sospetto all'intorno. Avevano tutti, però, la carnagione scura, l'occhio annebbiato e le labbra pallide. E ancora, perché si potessero subito riconoscere, presentavano altre due caratteristiche: vale a dire il tono basso di voce che ostentavano un po' tutti, e la non diffusa abitudine di stendere continuamente il pollice in modo da formare un angolo retto colle altre dita. Eppure in mezzo a questi furfanti, mi accadde di notare che avevano abitudini e inclinazioni del tutto particolari e che nondimeno li dimostravano uscenti dalla medesima risma. A volerli esattamente definire, si potrebbe dire, di essi, che vivono della loro furbizia e vanno divisi parimenti in due categorie; quella dei dilettanti e l'altra dei militanti, la prima delle quali possiede come caratteristica le lunghe zazzere e i sorrisi, mentre l'altra va fiera degli alamari e delle sopracciglia aggrottate.

E come venni più in basso nella scala sociale, incontrai più sinistri e meditativi soggetti di indagine. Vidi così merciaiuoli ebrei dalle facce che mostravano in ogni lor tratto la più abbietta umiliazione, eccetto che nel brillio degli occhi, simili a quelli dei falchi; sfacciati individui i quali s'erano dati alla mendicità soltanto per entrare in ipocrita e torva concorrenza coi mendicanti reali che soltanto la disperazione aveva ridotti a quell'esercizio, grami, spettrali, malati, sui quali la Morte aveva già posato la sua mano ad abbrancarli, e che si trascinavano stentando tra la calca, fiutando, con supplici sguardi, nei volti del prossimo, una qualche fortuita consolazione, una qualche perduta speranza. E ancora modeste ragazzette che tornavano a casa dal loro lungo e affaticante lavoro senza gioia, e che si ritraevano, più avvilite che sdegnate, alle occhiate di quegli insolenti di cui era impossibile evitare il contatto. E donne pubbliche d'ogni età e grado, da quelle nel pieno fiorire d'una incontestabile bellezza che riportano alla mente la statua, di cui dice Luciano che è foggiata di pario marmo all'esterno ed è sostenuta di dentro dal fango e dalla sozzura, alle altre abbiette e ripugnanti, lebbrose rivestite di cenci, streghe grinzose sovraccariche di belletti e di falsi gioielli, nell'ultimo sforzo di apparir giovani, e ancora alle fanciulle dal corpo ancora acerbo, ma già perfidamente addestrate, da qualche prolungata convivenza, alle orribili civetterie di quel loro commercio e divorate dall'ambizione di eguagliare, nel vizio, le compagne più anziane. E ubriachi, infine, in un numero inusitato, dall'aspetto indescrivibile, barcollanti, taluni, nei loro cenci, mentre procedevano dinoccolati colle facce illividite e gli occhi vitrei dei cadaveri, e propriamente vestiti ma insudiciati tal'altri, e a fatica disinvolti, con le grasse labbra sensuali e le facce ispiranti una rubizza cordialità e altri ancora insaccati in indumenti che erano stati eccellenti in un tempo lontano e che apparivano oggetto, tuttora, d'attente e amorose spazzolature, e che venivano innanzi con andatura più rigida, ovvero più elastica del verosimile, eppure orribilmente pallidi nel volto, con lampi selvaggi negli occhi accesi e persi nella continua ricerca, pur nel loro frettoloso orgasmo, di qualcosa a cui avvinghiarsi colle loro dita tremanti. E pasticcieri e cascherini e carbonai e spazzacamini e suonatori ambulanti d'organino e operai laceri e lavoratori d'ogni specie, esausti dalla loro fatica, chiassosamente affaccendati in un continuo e sregolato andirivieni che offendeva l'occhio per la sua assenza d'armonia.

E come la notte avanzava, più cresceva in me l'interesse per quello spettacolo. E non soltanto perché la folla mutava, col rarefarsi dei migliori, i suoi tratti più nobili e accentuava, col graduale eruttar delle infamie, i più volgari, ma anche perché la luce dei becchi di gaz, flebile, dapprima, nella sua lotta col giorno che moriva, andava man mano rinfrancandosi e avviluppando gli oggetti col suo spasmodico, abbagliante brillio. Tutto era nero ma tutto, insieme, riluceva, simile a quell'ebano cui fu paragonato lo stile di Tertulliano. I nuovi e strani effetti di quella luce mi inducevano a scrutare le fisionomie dei singoli individui, e nonostante essi passassero rapidamente dinanzi alla vetrina, consentendo appena che io li sbirciassi d'una sola occhiata, pure ritenni per quella mia particolare disposizione dello spirito, di poter leggere, con quell'unica, la storia di lunghi anni.

Avevo la fronte incollata al vetro e me ne stavo da null'altro occupato che da quella bizzarra rassegna, allorché la fisionomia d'un vecchio di sessantacinque o settant'anni attirò la mia attenzione, per l'assoluta singolarità della sua espressione. Non rammentavo d'aver mai veduto una cosa del genere. Com'ebbi posato lo sguardo su quel volto, il primo pensiero che attraversasse il mio cervello fu che se Retszch lo avesse incontrato, subito ne avrebbe fatto un modello per le sue rappresentazioni pittoriche del demonio. Nell'atto medesimo che io compivo di guardarlo, le più stravaganti immagini di genio e d'avarizia, di cupidigia e di avidità, di malizia, di circospezione, di ferocia, d'orgoglio, di gioia, di panico e infine di intensa e suprema disperazione, mi invasero, in frotta disordinata, la mente, nel mentre ch'io mi sforzavo, invano, di penetrarne il significato. D'un subito mi sentii più che mai sveglio e soggiogato. «Quale furiosa storia non è suggellata in quel petto!», mi dissi. E, compreso d'un desiderio ardente di non perdere di vista quell'uomo e di conoscere sul suo conto qualcosa di più, mi infilai il pastrano in un sol gesto, agguantai il cappello ed il bastone e mi lanciai nella strada, aprendomi a fatica una via nella calca nella stessa direzione in cui quegli sembrava essere scomparso.

Pervenuto, non senza qualche difficoltà, a ritrovarlo, e raggiunto che l'ebbi, gli tenni dietro, a distanza breve, studioso, nondimeno, com'è naturale, di non risvegliare alcun suo sospetto. Avevo, intanto, l'opportunità d'esaminare la sua persona. Egli era basso di statura e molto magro, come anche allo stremo delle sue forze. Gli abiti erano sudici e a brandelli. Al bagliore dei becchi, sotto ai quali, di tratto in tratto, egli passava, m'avvidi che aveva una camicia e che essa, benché fosse sudicia, era d'un finissimo tessuto, e attraverso una spaccatura della sua giacca attillata - la quale appariva acquistata d'occasione - mi sembrò vedere, se la vista non ebbe a giocarmi, il brillio d'un diamante, ovvero d'un dado. Tutto questo valse ad eccitare vieppiù la mia curiosità ed io decisi di seguire lo sconosciuto per ogni dove, in qualsiasi luogo egli fosse andato. La notte, ormai, era scesa completamente, ed una nebbia umida e densa, la quale, poco dopo, si tramutò in una pioggia sottile, fastidiosa e insistente, avvolse la città in tutta la sua estensione. Quel mutamento delle condizioni atmosferiche sortì un effetto bizzarro sulla folla, la quale, agitandosi tutta con nuovo e unisono movimento, riparo sotto un universo di parapioggia.

Gli ondulamenti, gli urti, la confusione furono accresciuti le dieci volte tanto. Quanto a me, non mi diedi, per la pioggia, alcun pensiero e per la febbre, anzi, che ancora mi si annidava nel sangue, quella umidità mi comunicava lo squisito piacere del rischio. Portai un fazzoletto alla bocca e tirai innanzi. Il vecchio seguitò a fatica la sua strada, lungo il corso, per tutta una mezz'ora ed io, per evitare di perderlo di vista, camminavo, con lui, di pari passo, gomito a gomito. Ma non volgendo egli giammai il capo a guardare, non s'accorse di me. A un tratto infilò una via trasversale, meno affollata dell'altra dove avevamo camminato fin lì, la quale gli consentì di cambiare il ritmo dell'andatura e di prendere un passo più lento e meno risoluto, che mi parve, a tratti, perfino esitante. Egli attraversava la via, dall'uno all'altro marciapiede, senza che vi fosse, per questo uno scopo apparente, e mi costrinse, così, a ripetere quel suo curioso andirivieni. La via era stretta e molto lunga ed egli impiegò, a percorrerla tutta, press'a poco un'ora, per modo che la folla, infine, s'era ridotta appena a quella che si può vedere solitamente a Broadway verso mezzodì, nelle immediate adiacenze del parco (io faccio un tale rilievo, s'intende, solo per dare a vedere la differenza che passa tra la folla di Londra e quella della più popolosa città d'America). Una seconda svolta lo menò a una piazza piena di luce e di vita: quivi lo sconosciuto riprese il suo contegno di prima, lasciò cadere il mento sul petto, roteò furiose occhiate per tutto all'intorno di sotto alle sopracciglia corrugate e, mirando la gente che l'incrociava, riprese a camminare con una certa fretta e risoluzione.

Com'ebbe compiuto un intero periplo della piazza, io fui non poco sorpreso nell'accorgermi ch'egli tornava indietro sui suoi passi e la sorpresa crebbe allorché lo vidi ricominciare una seconda volta e quindi una terza, e una quarta e via di seguito. E a un tratto, essendosi voltato improvvisamente, fu a un pelo dall'accorgersi di me che lo seguivo. In quell'esercizio, dunque, egli impiegò un'altra oretta così che, allo scoccare di quella, la folla era divenuta tanto rada da non costituire più un intralcio al cammino. La pioggia cominciò a cadere con rinnovata violenza e, come il freddo morse più intenso, i passanti cominciarono e ritirarsi nelle loro case. Lo sconosciuto, allora, con un gesto come d'impazienza, infilò una nuova traversa quasi affatto deserta. Lungo di essa, vale a dire all'incirca per tutt'intero un quarto di miglio, egli mantenne un passo tale che io a stento potevo tenergli dietro, tale che, per un uomo della sua apparente età, poteva sembrare incredibile. In pochi minuti egli arrivò così in un vasto e tumultuante mercato che pareva essergli più che familiare, e ancora una volta riprese il suo andirivieni senza motivo, in mezzo alla folla dei venditori e degli acquirenti. Per tutt'intera l'ora e mezza che egli vi si trattenne, fui costretto a usare una accorta prudenza per non perderlo di vista e nello stesso tempo non attrarre la sua attenzione.

Avevo, per fortuna, un paio di soprascarpe di caucciù e grazie ad esse, nel mentre che camminavo, non producevo alcun rumore, così che egli non poté avere alcun sospetto che io lo stavo spiando. Visitò tutte le botteghe, una dopo l'altra, e nondimeno non contrattò nulla, né pronunziò alcuna parola, ma solo buttò sulla merce uno sguardo smarrito e assente. Per modo che io, al colmo della meraviglia per quella sua condotta, mi Incaponii maggiormente a non abbandonarlo, innanzi che non avessi, in qualche modo, soddisfatta la curiosità che egli mi ispirava. Un rimbombante orologio batté in quel punto gli undici tocchi, e la gente sfollò in fretta. Un bottegaio, nel mentre che applicava la sua saracinesca, picchiò il vecchio con una gomitata e questi apparve, d'un subito, squassato da un violento tremore per tutta la persona. Si buttò a precipizio nella via, dopo aver guatato attorno in ansia e poi si mise a correre per un labirinto di straduzze deserte fintanto che non ebbe di nuovo raggiunta la grande arteria da cui eravamo partiti e cioè la via dove s'apriva il caffè D.

L'aspetto di questa era, a quell'ora, del tutto mutato. Fulgeva, ancora, di tutti i suoi becchi, ma per la pioggia ostinata e fitta non vi passava quasi più nessuno.  LVidi lo sconosciuto sbiancarsi man mano. Mosse, palesemente irritato, qualche passo e poi ripiegò nella direzione del fiume, attraversando un nuovo labirinto di vicoli, fintanto che giunse in vista d'uno dei maggiori teatri della città, nel mentre che la folla, a spettacolo finito, si riversava, da tutte le porte spalancate, nella strada. Il vecchio, allora, aperse la bocca come per emettere un gran respiro che avesse covato, e lo vidi buttarsi a capofitto frammezzo alla folla. L'espressione di profonda angoscia, di cui portava i segni sul viso, parve distendersi; reclinò nuovamente il capo sul petto e nuovamente apparve quale lo avevo visto nel primo istante. Osservai ch'egli s'era incamminato seguendo la strada più affollata e, nondimeno, il suo comportamento rimaneva del tutto incomprensibile. Ma poiché il gruppo dietro al quale egli sembrava essersi messo, si diradava man mano, m'accorgevo che il poveretto era riacciuffato dalla sua inquietudine di prima.

 Si trascinò ancora qualche tempo dietro un ultimo relitto di folla, una dozzina appena di schiamazzatori, ma come costoro, separandosi un po' alla volta, rimasero, allo svolto d'un vicolo oscuro, soltanto in tre, lo sconosciuto si fermò, e rimase un attimo sopra pensiero. Preda, poi, d'una straordinaria agitazione, egli infilò, a rapidi passi, una via che ci menò a una delle estreme propaggini della città, in luoghi del tutto differenti da quelli che avevamo attraversati fino allora, in un quartiere dei bassifondi londinesi, dove ogni oggetto portava il marchio della più miserabile abiezione e del vizio più disperato. Alla torbida luce dei becchi di gaz, intravvidi alti e vecchi caseggiati di legno rosicchiati dai tarli e raggruppati tra loro in un modo così sregolato e capriccioso che sembrava non esistesse alcun andito per potervi passare frammezzo. Il rigoglioso crescere delle erbacce aveva svelti, qua e là, i ciottoli del selciato ed immondizie imputridite stagnavano nelle cunette: l'atmosfera intorno era pregna di desolazione. Ma nel mentre che noi procedevamo, il rumore della vita ci veniva incontro, man mano, sempre più distinto e, a un tratto, vedemmo, nell'oscurità, scomposte torme di gente che s'agitava: erano le più abbandonate canaglie della plebaglia londinese. Il vecchio parve allora rianimarsi di nuovo e palpitare d'un guizzo di vita simile a quello che manda una lampada che sia presso a estinguersi, e ancora una volta riprese a camminare con una certa risoluzione e speditezza.

A una svolta, un bagliore fiammeggiò dinanzi ai nostri sguardi. E difatto noi eravamo sulla soglia di uno dei più maestosi templi che i sobborghi abbiano eretti, in nome dell'intemperanza, al dèmone Gin. Era l'alba, ormai, e una folla di ubriachi si stipava ancora di fronte al pomposo accesso. Il vecchio trattenne a metà un grido di gioia selvaggia e di nuovo si buttò in mezzo alla calca, e di nuovo riprese il suo primitivo atteggiamento nel mentre che misurava in lungo e in largo, senza alcuno scopo plausibile, l'ingresso del locale. Egli non era occupato da gran tempo, in quell'esercizio dell'andare e venire, allorché un fiotto di gente che si precipitò dall'interno, verso le porte, fece capire che era giunto il momento di chiudere. Ciò ch'io potei leggere allora, nel volto dell'individuo sul quale la mia curiosità si stava esercitando con tanto accanimento, era qualcosa che passava, per l'intensità, la rappresentazione di un'anima disperata.

Ed egli, tuttavia non si diede per vinto, e in un novello e pazzo impulso ritornò sui suoi passi verso il cuore possente di Londra. Corse per lungo tempo e con grande velocità ed io non smettevo di tenergli dietro, portato quasi dalla mia stessa meraviglia, deciso fino in fondo a non desistere da quella indagine che avevi assorbito tutt'intere le mie facoltà. Correvamo ancora quando sorse il sole e quando raggiungemmo ancora una volta il centro della città popolosa, e cioè a dire la via del caffè D., noi vi ritrovammo, nuovamente desti, il movimento e l'attività della calca che lo avevano caratterizzato il giorno innanzi. E in quel tumulto che s'accresceva ad ogni istante, io continuai vieppiù l'inseguimento dello sconosciuto. Ed egli, come la notte precedente, non faceva che andare e venire, né, per tutt'intera quella giornata, ebbe benché minimamente ad allontanarsi dal vortice spietato di quella via.

Annientato dalla fatica com'ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d'un subito, la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l'animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, « è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l'uomo della folla. Sarebbe vano che lo continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto sapere.

Philadelphia, 1840

E. A. Poe

June 24

Ultimo canto di Saffo

Giacomo Leopardi 

 

Questa è la poesia che mi segue da una vita, quando ricordo il mio passato e quando guardo al futuro, non riuscirei a dirlo con parole migliori quindi lascio fare a quello che, per me, sarebbe stato un grande amico, a lui che avrebbe compreso in pieno ciò che si sente quando si è condannati al nihil senza poter porre rimedio. Questa poesia è, penso, la migliore mai scritta sull'argomento, rispecchia alla perfezione ciò che sento quando ascolto certi discorsi e, da un paio di giorni, quello che sento quando mi sveglio e quando mi addormento. Ma adesso lascio parlare la leggenda al mio posto, mentre mi inginocchio umilmente dinnanzi al genio di Giacomo Leopardi, ringraziandolo infinitamente per il suo lascito.

 

 

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.

Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.

Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.

Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva,
E l'atra notte, e la silente riva.

 

Placida notte...

June 23

Momenti...

invisibile
 
Provo a difendermi
Difendermi da me
Senza nascondermi
Difendermi da me
Non so se riusciro ma sono tutto quel che ho...

Provo a difendermi
Ma il vento e troppo forte
Provo a difendermi
Rinforzo le mie porte
Al coperto e tra le mura
Preparo un'altra serratura

Difendermi...
Difendermi...

Provo a difendermi
Difendermi da solo
Io non possiedo armi
Pero in compenso volo
Un'ultima stazione
E la tua benedizione...

Io volo sopra I campanili e sopra le citta
Invento nuove forme in cielo
E all'improvviso contro il sole io andro
Piano...piano...piano
Io scomparirò
Davvero

Provo a difendermi
Difendermi da chi
Inutile suonare
Non abito piu qui
Nessun indizio...
Niente
Sto diventando trasparente

Difendermi...
Difendermi...

Io volo sopra I campi in fiore e sopra le citta
Invento nuove forme in cielo
E all'improvviso contro il sole io andro
Piano...piano...piano
Io scomparirò
Davvero
 
(Negrita, Provo a Difendermi)